di Rossella Monaco
La disputa tra i sostenitori dell’ ebook e gli amanti dei libri di carta viene alimentata da elementi di discussione sempre nuovi e interessanti. Ma indipendentemente dai supporti c’è qualcosa di molto più profondo.
Se l’ebook è diventato ormai un mezzo di diffusione comune, esso non aveva mai assunto prima una veste così “social”. Lo scopo di un testo è quasi sempre quello di comunicare qualcosa a un interlocutore immaginario o reale e questa caratteristica lo rende molto più vicino di quanto si possa pensare alla sfera del web 2.0, dei social network.
Così Twitter, noto luogo di scambio di opinioni e trovata pubblicitaria interessante per moltissime realtà editoriali, ha inventato una nuova piattaforma di sharing dedicata ai libri, Twtebook, dove è possibile scaricare gratuitamente e consultare e-book caricati da qualsiasi utente iscritto e condividere a propria volta contenuti.
Il punto di discussione si sposta così sempre di più sul significato dell’editoria e sul ruolo delle case editrici. Bisogna focalizzare bene il punto di collisione, la forbice che si spalanca in un mondo sempre più confuso. Esistono diverse forme ibride di pubblicazione, ma le lame rimangono due:
- e-book pubblicati da case editrici istituzionali a pagamento o free;
- autori che si improvvisano editori di se stessi e pubblicano i propri scritti o tramite siti di publishing on demand, come lulu.com, oppure come e-book (in .pdf o altri formati) corretti e rivisti da service editoriali, oppure semplicemente pubblicati senza alcuna lettura da parte di “professionisti del settore”.
E ora un social network si improvvisa piattaforma di publishing. Nulla in contrario, ma con la convinzione che in questo caso le due lame sono collegate da uno stesso perno. E si incrociano con altre cesoie: librerie, biblioteche e sale congressi. Perché Twtebook permette anche di creare la propria liberia personalizzata on line, di catalogare i propri testi e di condividere aggiornamenti e riflessioni su di essi.
In ogni caso, carta o schermo, social network o altri canali di distribuzione, non bisogna mai perdere di vista il punto fondamentale: l’editore è un “iperlettore” dell’opera di un autore, una sorta di mediatore che è in grado di immaginare la destinazione e la fruizione di un testo, di porsi oltre e dargli un’identità più decisa, dare forme più consone a questa comunicazione.
E a chi dovesse affermare che con il self-publishing l’autore diventa editore di se stesso per cui la differenza non è proponibile, poniamo una domanda: un iper-lettore di se stesso è in grado di avere la lucidità e la capacità di porsi al di sopra della creazione? Di rendersi realmente “iper”?
















